giovedì 28 febbraio 2008

Thomas Pynchon - L'incanto del lotto 49


La trama, insolitamente lineare per un’opera lunga di Pynchon, è incentrata sulla figura di Oedipa Maas, ostinata giovane moglie californiana che si vede inaspettatamente incaricata del ruolo di esecutrice testamentaria per un miliardario di sua vecchia conoscenza, Pierce Inverarity. Svolgendo il suo compito di catalogazione patrimoniale, Oedipa s’imbatte in una misteriosa collezione di francobolli, che sembrerebbero dei falsi autentici ma che di sicuro non sono stati emessi da nessun servizio postale ufficiale. Questa scoperta, nella migliore tradizione spionistica, la proietta in una ragnatela di complotti, inseguimenti e tentativi di omicidio. Dietro a questa rete micidiale sembrerebbe esserci il Trystero, un sistema di comunicazione alternativa attraverso il quale milioni di persone di tutto il mondo si scambiano informazioni, riservando alle poste governative le loro bugie. Le origini di questa organizzazione, che a tratti assume i caratteri di una vera e propria entità senziente autonoma, risalgono alle lotte medievali contro il sistema postale dei Thurn und Taxis del Sacro Romano Impero. Col tempo, il Trystero ha abbracciato cause diverse, da quella controrivoluzionaria a quella anarchica, ma continuando sempre ad opporsi al sistema imperiale, ruolo che attualmente si trova ad essere ricoperto dagli Stati Uniti d’America. Nella California solare degli anni Sessanta, Oedipa si trova ad affrontare una trama caotica di complotti, dovendosi confrontare con il dubbio che sia tutta una costruzione della sua mente, un effetto collaterale di un’epoca storica dominata dalla paranoia.


"Con un sospiro enorme che le portò via ogni rigidità quasi fosse un fluido mitico, Oedipa gli si sedette accanto; si sentiva tanta debolezza che non potè aiutarlo a spogliarla; gli ci vollero 20 minuti, e dovette rotolarla di qua e di là, metterla in questa posizione e in quest'altra, come se lui fosse una bambinetta dai capelli corti e la faccia seria, e lei una bambola Barbie. Dovette addormentarsi un paio di volte. Quando finalmente si svegliò si accorse che la stava fottendo; e che si era sintonizzata con un crescendo sessuale come il fotogramma di un'azione in corso. Fuori era cominciata una fuga di chitarre, Oedipa contò ugnuna delle voci elettroniche via via che le giunsero, finché non ne ebbe contate suppergiù sei e ricordò che le chitarre dei Paranoici erano solamente tre; dunque allacciati alla rete ci dovevano essere altri". (pag. 38)

giovedì 21 febbraio 2008

Edward Bunker - Animal Factory


Ron Becker era solo un piccolo spacciatore quando è stato incarcerato. Ma nell'inferno di San Quintino una pena di due anni senza sconti basta a segnarlo per tutta la vita. In galera Ron conosce la violenza razziale, i soprusi dei secondini, il nonnismo dei detenuti 'anziani'. E, soprattutto, conosce Earl Copen, il Satana di quell'inferno, la bestia che gli insegnerà a essere peggiore di tutti quanti. Un noir teso come un thriller, il romanzo definitivo sul carcere. Sotto l'occhio gelido di Bunker, la critica alla disumanità totale della prigione diventa assoluta potenza narrativa.


“A volte le lettere gli facevano immaginare una persona completamente diversa da quella che ricordava, e cancellava i ricordi per rispondere a chi gli scriveva. Ron non si trovava a suo agio con le parole scritte. Aveva ricevuto un'ottima istruzione, ma gli mancava l'esperienza nel trasmettere i pensieri con la penna. Aveva scritto di più da quando era stato arrestato che in tutti gli anni precedenti della sua vita. Voleva fare in modo che le sue lettere diventassero un diario, e quella su cui stava lavorando cercava di comunicare ciò che vedeva e provava. Descrisse l'aspetto orribile di San Quintino, ma non riuscì a parlarle della violenza e della paranoia, né dello sciopero imminente. Una lettera con informazioni sconvolgenti sarebbe stata respinta dalla censura” (pag. 47).

lunedì 18 febbraio 2008

Raymond Chandler - Il lungo addio


Quando Philip Marlowe, l'investigatore privato ideale di Raymond Chandler, vede per la prima volta Terry Lennox ubriaco in una Rolls Royce fuori serie di fronte alla terrazza del “Dancers” non sa ancora quale influenza avrà sul suo destino. Lo sorregge tra le sue braccia, comunque, dopo che la donna che lo accompagnava ha tagliato la corda con la Rolls, accennando a un appuntamento irrecusabile, e cerca di tenerlo su in tutte le maniere, non solo fisicamente. Così si lega a Terry in una tormentosa successione di eventi pericolosi. L'amicizia virile, movimento classico del romanzo di avventura, è qui celebrata quasi oltre ogni limite. Il lungo addio è forse il più tragico e il più bello dei romanzi di Chandler. Nell'amicizia virile come nell'amore bisogna essere in due, ma la quota di amicizia o d'amore non è mai uguale.

“Il capo della Squadra Omicidi era quell'anno un certo capitano Gregorius, un tipo di poliziotto che va facendosi più raro ma non si è affatto estinto, uno di quelli che risolvono i delitti con le luci abbaglianti, i manganelli di gomma, i calci nelle reni, le ginocchiate all'inguine, i pugni al plesso solare, le bastonate alla base della spina dorsale. Sei mesi dopo fu denunciato per falso, estromesso dalla polizia senza processo, e in seguito venne calpestato a morte da un grosso stallone nella sua fattoria del Wyoming.“ (pag. 34)

venerdì 15 febbraio 2008

Bret Easton Ellis - Meno di zero


Cos'è giusto? Se si vuole una cosa è giusto prendersela. Se si vuole fare una cosa è giusto farla». Sesso facile, cocaina, feste sempre piú trasgressive, auto di lusso, rock a tutto volume: a Los Angeles i giovanissimi che frequentano l'ambiente patinato degli studios cinematografici hanno tutto e non desiderano piú niente. In un mondo illuminato dai bagliori spettrali dei videoclip e svuotato d'ogni sentimento, Clary, Blair, Daniel e Julian, biondi abbronzati, esplorano le pieghe infernali del «paradiso» californiano in un crescendo di amoralità e devastazione interiore che presto sconfina nell'orrore.
Meno di zero è il ritratto disincantato dell'ultima «generazione perduta», il romanzo che ha catapultato Ellis sulla scena letteraria americana, diventando il libro culto della Mtv generation.


“Il giorno dopo sono nello studio del mio psichiatra. Mi sta passando l’effetto di tutta quella coca e quando mi soffio il naso il fazzoletto si riempie di sangue. Lo psichiatra indossa un pullover verde con lo scollo a V senza niente sotto e un paio di jeans accorciati e sfrangiati. Mi metto a piangere a dirotto. Lui mi guarda e tormenta la catena d’oro che porta al collo abbronzato. Io smetto di piangere per un minuto e lui continua a guardarmi, poi scrive giù qualcosa nel suo quaderno di appunti. Mi fa una domanda. Io gli dico che non so quale sia il problema; che forse ha a che fare con i miei genitori ma non proprio o forse con i miei amici o forse è che qualche volta quando giro in macchina mi perdo; forse però sono le droghe”. (pag. 108)


martedì 12 febbraio 2008

Breece D'J Pancake - Trilobiti



Breece D’J Pancake muore suicida nel 1979 a 26 anni. Quando, quattro anni dopo, in America esce la sua unica raccolta di racconti, la reazione è unanime: Breece era un genio. Idolo della nuova generazione di scrittori americani (JT Leroy: "Leggo Pancake ogni giorno. La sua raccolta di racconti è la mia Bibbia"), punto di riferimento di maestri affermati (Joyce Carol Oates: "Si è tentati di paragonare il suo debutto a quello di Hemingway"), Breece D’J Pancake oggi non è soltanto un caso letterario, ma uno scrittore nato classico. Con dolorosa precisione e delicatezza spietata, decifra il mondo in cui è vissuto. La sua grandezza sta nel trasformare le esistenze della working class di una zona depressa dei monti Appalachi in vite esemplari, vere per tutti in tutti i tempi. Un grande scrittore del Novecento, a metà tra un eroe esistenzialista e Kurt Cobain, finalmente tradotto in Italia.


“La sorellina di Tinker Reilly mi versa il caffè. Ha dei bei fianchi. Sono tipo quelli di Ginny e si inclinano sulle gambe con delle piacevoli curve. Fianchi e gambe come quelli salgono le scalette degli aerei. Lei va alla fine del bancone e si fa fuori il resto del suo gelato. Le sorrido, ma è minorenne. Minorenni e serpenti neri sono due cose che non si toccano neanche con un fiore. Una volta ho usato come frusta un vecchio serpente nero, dopo avergli spezzato quella sua testa del cavolo, e papi lo ha usato per suonarmele. Penso a come papi riusciva proprio a farmi arrabbiare qualche volta. Sogghigno”. (pag. 14)


lunedì 11 febbraio 2008

Augusten Burroughs - Correndo con le forbici in mano


Mi annoio facilmente, lo confesso. Chiedo continuamente di essere intrattenuto in ogni situazione che vivo: se sono in coda alla posta, per esempio, spero sempre che succeda una lite con l'addetto di turno ligio alla burocrazia. Ho un debole per le situazioni stravaganti e le parole coraggiose. Quando ho sentito il piccolo eroe di questa storia - che si chiama, non a caso, Augusten - dire: "Da grande volevo diventare o un medico o una celebrità. L'ideale sarebbe stato fare la parte di un medico in una serie TV", ho capito che aveva tutte le carte in regola per non annoiarmi. E non mi ha deluso. Uno sguardo lucido, il suo, che solo un ragazzino può avere. Una vena ironica irresistibile, quasi genetica, che trasforma ogni possibile incazzatura in un sorriso disarmante. Ed è una storia che rischia di fare molto incazzare, questa. Perché racconta di quanti torti può subire un adolescente durante il suo percorso di crescita: una madre tutta sbagliata, che si rivolge a lui come se rispondesse a un'intervista televisiva; un padre che sogna di abitare vicino a una discarica; una seconda famiglia completamente andata, che gli risolve i problemi facendo la "pesca alla Bibbia". Ma la forza di Augusten (Burroughs) è proprio la sua grande capacità di adattamento. Anzi, direi addirittura che Correndo con le forbici in mano è una lezione di adattamento al mondo che ci circonda.


"La vita che mi hanno consegnato aveva come elemento accessorio di serie un fratello biologico, di sette anni più grande di me. Ho sempre sospettato che gli mancasse qualche parte essenziale. Per sopravvivere non aveva bisogno di una dieta regolare e costante di film, e ogni volta che cercavo di spiegargli quanto desideravo diventare il magnate di un impero di prodotti di bellezza, mi suggeriva di fare l’idraulico. Mio fratello Troy non assomigliava a nessun altro in famiglia. Non condivideva il profondo squilibrio mentale di mia madre né il lato oscuro e nero come la pece di mio padre (…) Mio fratello aveva un modo tutto suo di comunicare. Si esprimeva attraverso grugniti, gli stessi – si può desumere – dei nostri primi antenati". (pag. 111)


Philip Roth - Lamento di Portnoy



Travolto da desideri che ripugnano alla sua coscienza e da una coscienza che ripugna ai suoi desideri, Alex Portnoy ripercorre con l'analista, in un monologo-fiume, la propria vita. A partire dalla famiglia ebraica: il padre, un assicuratore sempre vissuto in funzione della propria stitichezza e la madre, "che radar, quella donna! Mi controllava le addizioni in cerca di errori; i calzini alla ricerca di buchi; le unghie, il collo, ogni piega o grinza del mio corpo alla ricerca di sporcizia". Quel che ad Alex però interessa piu di tutto è il sesso. E dopo un'adolescenza trascorsa chiuso a chiave nel bagno, "a spremersi il pisello nella tazza del gabinetto", Alex vive una storia dietro l' altra, sempre con ragazze non ebree, quasi che penetrando loro potesse anche penetrarne l'ambiente sociale: "come se scopando volessi scoprire l'America. Conquistare l'America". Fino alla storia di sesso travolgente e sfrenato con la "Scimmia" e all'epilogo, come ultima spiaggia, in Israele, dove Alex, totalmente incredulo, si accorge di come lí sia tutto ebraico. "Questa è la mia vita, la mia unica vita, e la sto vivendo da protagonista di una barzelletta ebraica".


"Fu al termine del primo anno del liceo - nonché primo anno di masturbazione - che mi scoprii sulla parte inferiore del pene, proprio dove il canale incontra la testa, una macchiolina scolorita successivamente diagnosticata come efelide. Cancro. Mi ero provocato il cancro. Tutto quel tirarmi e strapazzarmi la carne, tutto quello sfregamento, mi aveva procurato un male incurabile. E non ero ancora quattordicenne! Di notte, a letto, le lacrime mi rigavano le guance. "No! " singhiozzavo. "Non voglio morire! Per carità... no! "
Ma poi, visto che comunque sarei diventato un cadavere entro breve tempo, proseguii secondo abitudine e continuai a tirarmi le seghe dentro un calzino. Avevo cominciato a portarmi a letto le calze sporche, in modo da usarne una come ricettacolo serale e l'altra al momento del risveglio." (pag. 19)