
Charles Harmon ha mollato tutto - il lavoro di avvocato, la casa, la famiglia - per diventare un hobo, uno di quei vagabondi che attraversano gli Stati Uniti sui treni merci della high line. Ora lo conoscono tutti come Charlie Negro Cervellone. Ormai è padrone di tutti i trucchi che servono per sopravvivere dove non esistono né legge né morale. Sa come destreggiarsi tra bande rivali, trafficanti di droga e criminali di ogni genere. Deve trovare Corina, la nipote del suo amico e maestro Walt: a diciassette anni, è scomparsa senza lasciare tracce. Come molte sue coetanee, affascinata dai racconti dello zio, la ragazza è partita alla ricerca della libertà, lasciando solo una foto vecchia di un paio d'anni.
"Ero in una scatola. Fisicamente. Mentalmente. Letteralmente, metaforicamente, ero in una scatola. Il risultato della mia caccia a Corina, e delle reazione a catena che questa aveva scatenato: Kessler, i suoi, e ora lo sceriffo locale che mi aveva investito con la sua auto, per poi raccogliermi da terra e trascinarmi ammanettato alla sua stazione di polizia senza alcuna pietà.
Quella era la scatola; la scatola fisica. "La Scatola". La stanza degli interrogatori in cui gli sbirri sbattono i sospetti per convincerli a cantare con le buone o con le cattive. Nessuno si stava occupando di me. Mi avevano lasciato solo con un tavolo inchiodato al pavimento, un paio di sedie di legno - d'acero o di rovere, comunque roda di poco prezzo. Più che altro erano vecchie e usate, e sporche. Di vernice. Di sangue. La monotonia del tutto era alleviata unicamente da uno di quei finti specchi usati dalla polizia, tanto vecchio che il materiale riflettente si era consumato al punto che potevo vedere cosa c'era dall'altra parte. Mi stava bene. Non avevo nulla da nascondere. Lo sanno tutti che i poliziotti se ne stanno seduti dall'altra parte a tenere d'occhio i sospetti. Ma nessuno mi stava osservando. C'eravamo soltanto io e un bel po' di silenzio." (pag. 166)
"Ero in una scatola. Fisicamente. Mentalmente. Letteralmente, metaforicamente, ero in una scatola. Il risultato della mia caccia a Corina, e delle reazione a catena che questa aveva scatenato: Kessler, i suoi, e ora lo sceriffo locale che mi aveva investito con la sua auto, per poi raccogliermi da terra e trascinarmi ammanettato alla sua stazione di polizia senza alcuna pietà.
Quella era la scatola; la scatola fisica. "La Scatola". La stanza degli interrogatori in cui gli sbirri sbattono i sospetti per convincerli a cantare con le buone o con le cattive. Nessuno si stava occupando di me. Mi avevano lasciato solo con un tavolo inchiodato al pavimento, un paio di sedie di legno - d'acero o di rovere, comunque roda di poco prezzo. Più che altro erano vecchie e usate, e sporche. Di vernice. Di sangue. La monotonia del tutto era alleviata unicamente da uno di quei finti specchi usati dalla polizia, tanto vecchio che il materiale riflettente si era consumato al punto che potevo vedere cosa c'era dall'altra parte. Mi stava bene. Non avevo nulla da nascondere. Lo sanno tutti che i poliziotti se ne stanno seduti dall'altra parte a tenere d'occhio i sospetti. Ma nessuno mi stava osservando. C'eravamo soltanto io e un bel po' di silenzio." (pag. 166)
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