martedì 12 febbraio 2008

Breece D'J Pancake - Trilobiti



Breece D’J Pancake muore suicida nel 1979 a 26 anni. Quando, quattro anni dopo, in America esce la sua unica raccolta di racconti, la reazione è unanime: Breece era un genio. Idolo della nuova generazione di scrittori americani (JT Leroy: "Leggo Pancake ogni giorno. La sua raccolta di racconti è la mia Bibbia"), punto di riferimento di maestri affermati (Joyce Carol Oates: "Si è tentati di paragonare il suo debutto a quello di Hemingway"), Breece D’J Pancake oggi non è soltanto un caso letterario, ma uno scrittore nato classico. Con dolorosa precisione e delicatezza spietata, decifra il mondo in cui è vissuto. La sua grandezza sta nel trasformare le esistenze della working class di una zona depressa dei monti Appalachi in vite esemplari, vere per tutti in tutti i tempi. Un grande scrittore del Novecento, a metà tra un eroe esistenzialista e Kurt Cobain, finalmente tradotto in Italia.


“La sorellina di Tinker Reilly mi versa il caffè. Ha dei bei fianchi. Sono tipo quelli di Ginny e si inclinano sulle gambe con delle piacevoli curve. Fianchi e gambe come quelli salgono le scalette degli aerei. Lei va alla fine del bancone e si fa fuori il resto del suo gelato. Le sorrido, ma è minorenne. Minorenni e serpenti neri sono due cose che non si toccano neanche con un fiore. Una volta ho usato come frusta un vecchio serpente nero, dopo avergli spezzato quella sua testa del cavolo, e papi lo ha usato per suonarmele. Penso a come papi riusciva proprio a farmi arrabbiare qualche volta. Sogghigno”. (pag. 14)


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