
Mi annoio facilmente, lo confesso. Chiedo continuamente di essere intrattenuto in ogni situazione che vivo: se sono in coda alla posta, per esempio, spero sempre che succeda una lite con l'addetto di turno ligio alla burocrazia. Ho un debole per le situazioni stravaganti e le parole coraggiose. Quando ho sentito il piccolo eroe di questa storia - che si chiama, non a caso, Augusten - dire: "Da grande volevo diventare o un medico o una celebrità. L'ideale sarebbe stato fare la parte di un medico in una serie TV", ho capito che aveva tutte le carte in regola per non annoiarmi. E non mi ha deluso. Uno sguardo lucido, il suo, che solo un ragazzino può avere. Una vena ironica irresistibile, quasi genetica, che trasforma ogni possibile incazzatura in un sorriso disarmante. Ed è una storia che rischia di fare molto incazzare, questa. Perché racconta di quanti torti può subire un adolescente durante il suo percorso di crescita: una madre tutta sbagliata, che si rivolge a lui come se rispondesse a un'intervista televisiva; un padre che sogna di abitare vicino a una discarica; una seconda famiglia completamente andata, che gli risolve i problemi facendo la "pesca alla Bibbia". Ma la forza di Augusten (Burroughs) è proprio la sua grande capacità di adattamento. Anzi, direi addirittura che Correndo con le forbici in mano è una lezione di adattamento al mondo che ci circonda.
"La vita che mi hanno consegnato aveva come elemento accessorio di serie un fratello biologico, di sette anni più grande di me. Ho sempre sospettato che gli mancasse qualche parte essenziale. Per sopravvivere non aveva bisogno di una dieta regolare e costante di film, e ogni volta che cercavo di spiegargli quanto desideravo diventare il magnate di un impero di prodotti di bellezza, mi suggeriva di fare l’idraulico. Mio fratello Troy non assomigliava a nessun altro in famiglia. Non condivideva il profondo squilibrio mentale di mia madre né il lato oscuro e nero come la pece di mio padre (…) Mio fratello aveva un modo tutto suo di comunicare. Si esprimeva attraverso grugniti, gli stessi – si può desumere – dei nostri primi antenati". (pag. 111)
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